DANNI MORALI E MORTE DELL'ANIMALE
di M.T. SEMENZATO tratto dal mensile "Professione Veterinaria" 5/03

 

Il tema é di grande attualità e interesse sia in campo filosofico che giuridico.

Negli ultimi decenni la relazione uomo- animale (domestico) ha subito mutamenti che non esito ad annoverare tra quelli che segnano vere rivoluzioni in campo etico.L'animale domestico,infatti,non é più considerato dal proprietario solo come mezzo per perseguire finalità di carattere economico e/o difensivo; l'animale domestico il cane e il gatto (ma non solo) é percepito dall'uomo come un soggetto affettivo. Se nel passato si possono sprecare esempi in cui, soprattutto i cani (ma anche i cavalli, si pensi alla cavallina storna di pascoliana memoria) hanno dimostrato forte attaccamento al proprio padrone, oggi é proprio il legame affettivo dell'uomo verso l'animale che significa questa relazione e che spinge il primo ad avere vicino a sé un cane o gatto.

Cani e gatti, non sono più definiti "animali domestici" ma animali da compagnia e d'affezione appunto.........Tale stato di cose ha creato e crea non poche difficoltà giuridiche, dal momento che un animale é considerato ancora una "res".......conseguenza di ciò é che al di fuori dei casi di maltrattamento doloso dell'animale, la morte e/o la grave invalidità dello stesso causata da terzi non costituisce reato. In assenza di ascrivibilità a soggetto terzo che causa la morte di un animale, di un illecito penale (reato) diventa giuridicamente impossibile riconoscere alla vittima dell'evento dannoso che nel caso, de quo, é il proprietario dell'animale, il risarcimento del danno morale.Casi,come é stato confermato anche in una recente sentenza del tribunale di Roma,del 17/04/02 secondo la quale: " Il dolore per l'uccisione imputabile ad altrui negligenza del proprio cagnolino,non essendo ipotizzabile un reato nel fatto causativo del danno (nel caso il cane sia sbranato da altro cane),non può trovare risarcimento sotto il profilo di danno morale o biologico, ai sensi dell'art.2059 c.c. e tuttavia l'interruzione della relazione affettiva con l'animale ucciso può avere rilevanza sul piano della tutela come danno esistenziale ove vi sia in concreto allegato e provata un peggiormaento della qualità della vita......

La pronuncia é molto interessante in quanto pur confermando la non risarcibilità del danno morale a seguito della morte di un animale da compagnia, afferma il principio secondo cui, laddove il proprietario dell'animale riesca a provare (con perizie medico -psicologiche) di aver patito un "quid pluris" rispetto ad un normale "dolore per la perdita del proprio animale" in modo tale da compromettere la propria salute psichica, potrà ottenere un risarcimento del danno non solo corrispondente al valore dell'animale medesimo.

.......In realtà, invece, in simili casi per ottenere il riconoscimento del danno morale il proprietario non può solo far valere il suo dolore per la perdita dell'animale, così come accade per la perdita di un congiunto; infatti dovrà provare di avere avuto seri problemi di salute e di essersi sottoposto per tale motivo a specifiche cure mediche.


Il commento di "Arca 2000"

Ancora una volta siamo di fronte a interpretazioni che si basano sul presupposto che l'animale d'affezione debba godere di minor diritti di una persona umana, quando in verità bisogna considerare che l'investimento affettivo verso un animale da compagnia é lo stesso e il danno che ne deriva dalla sua perdita danneggia sia la vita dell'animale che quella delle persone ad esso legate.Non si può quantificare il dolore, né tantomeno la perdita affettiva che é sempre soggettiva.L'uccisione di un animale d'affezione per negligenza e omissione veterinaria deve essere punito sia dal punto di vista penale che civile.

Per approfondire vedere la sentenza della cassazione civile III n.10679/2001

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